6/06/10
IN SUDAFRICA TORNA LA FABBRICA DEI SOGNI. MARADONA, GARRINCHA, DIDI’ , PELE’ E MEAZZA: OGNI 4 ANNI NASCONO I MITI E CAMBIA LA STORIA DEL CALCIO
LA RIVISTA CALCISTICA “FOUR FOUR TWO”, LA PIU’ DIFFUSA NEL MONDO, ADESSO ESCE ANCHE IN ITALIA.
NEL PRIMO NUMERO UN MIO ARTICOLO SULL’IMPORTANZA DEI MONDIALI NELLA STORIA DEL CALCIO.
—————
DI FRANCO ROSSI
——-
Il calcio forse è uno sport e forse uno spettacolo, dipende dai punti di vista: sicuramente è un’emozione.
E nulla è più emozionante dei novanta minuti che decidono se sei un campione o non lo sei, che decidono se gioire o piangere, esaltarsi o addolorarsi.
Il Mondiale è l’emozione calcistica nella sua massima espressione e il messaggio che manda agli appassionati si ripete ogni quattro anni.
L’attesa di vedere, di conoscere, di emozionarsi, di esaltarsi per sapere chi è la squadra più forte del pianeta e il campione che ne è la massima espressione.
Oggi, come ieri, la domanda è la stessa: chi è il fenomeno, chi è il più bravo a superare ogni barriera di nazione, religione o razza?
Ogni Mondiale scrive e scandisce la storia del calcio e la illumina con i fuoriclasse che ne sono stati protagonisti.
Ogni storico del calcio stila le sue personali classifiche dei migliori di ogni epoca e adesso, prima del Mondiale sudafricano tutti si chiedono se Messi riuscirà ad inserirsi.
Personalmente tra i primi cinque metto a pari merito Pelè, Garrincha e Maradona davanti a Meazza e Didì.
Pelè il diciassettenne che commosse tutti nel 1958 con quel pianto da bambino felice sulla spalla di Gilmar, dopo che aveva segnato due fantastici gol nella finale.
Garrincha , l’ex poliomielitico morto alcolizzato che danzava sulla palla inventando arabeschi che stordivano gli avversari.
Maradona autore del gol più falso della storia e di quello talmente bello da sembrare ancor più falso, entrambi contro l’Inghilterra.
Meazza, il “balilla” (lo chiamavano così perche’ debuttando giovanissimo in serie A dava l’impressione di essere meno di un adolescente) che tirò un rigore a Marsiglia contro il Brasile tenendosi i pantaloncini con una mano perché gli si era rotto l’elastico.
Didì, che sicuramente tra gli antenati aveva un principe etiope, elegante come nessuno nel correre con il pallone tra i piedi.
E’ il Mondiale che ti fa entrare nel mito.
Il calcio è uno sport a basso contenuto tecnologico e lo si può interpretare come una danza magica attorno a quell’oggetto misterioso e capriccioso che è il pallone, dispettoso come una creatura appena nata e pronta sempre a scappar via nel tentativi di ritrovare la propria libertà.
La storia di Pelè nasce da una sconfitta, la sconfitta di un giovane chiamato Dondinho che cercava di dribblare povertà e fame con un pallone tra i piedi.
Dondinho giocava nell’Atletico Mineiro di Belo Horizonte e il 9 marzo del 1940 , durante una partita contro i San Cristovao si ruppe il ginocchio e smise praticamente di giocare.
Il dramma di questo oscuro mancato calciatore brasiliano finirebbe nell’anonimato più assoluto se il 23 ottobre di quello stesso anno non nascesse il primogenito Edson Arantes do Nascimento, destinato a vendicare calcisticamente suo padre e diventare un dio degli stadi più conosciuto con il nomignolo di Pelè,
La sera del 20 gennaio del 1983 all’ospedale Ato do Boavista a Rio de Janeiro , Maè Garrincha si addormenta solo, la stella più solitaria di quella notte estiva. Tutto il suo corpo è in rivoluzione, quel corpo che non servirà più per scattare sulla linea destra e trasformare i suoi dribbling, sempre uguali e sempre diversi, in autentiche delizie che hanno fatto delirare milioni di fanatici del calcio.
Quel suo corpo che non gli servirà più per avere e dare piacere alle molte donne che ha avuto, quel suo corpo che non servirà più a metabolizzare tutte le bottiglie di cachaça che ha bevuto, quel suo corpo non gli servirà più a niente con cervello cuore, polmoni, fegato pancreas, intestino distrutti dall’alcol.
Un edema polmonare lo ammazza alle sei del mattino.
Garrincha muore a 49 anni, nella miseria e nell’abbandono, un sentimento di colpa si abbatte su tutto il Brasile che ancora una volta si dimostra ingrato con uno dei suoin figli più ingenui e amati.
Protagonista con Pelè e Didì nel 1958, protagonista solitario nel 1962 quando da solo, come Maradona farà poi nel 1986, trascina la sua nazionale al secondo titolo mondiale.
Il Brasile vinse quel titolo grazie a Garrincha, ma gran merito va anche al Governo degli Stati Uniti.
Garrincha in quel mondiale è tutto: centrocampista, difensore e goleador.
Nella semifinale con il Cile viene espulso e per non fargli saltare (come da regolamento) la finale, interviene il primo ministro Tancredo Nevs chiedendo alla Fifa che non venga sanzionata la squalifica per meriti sportivi, chiede il perdono a nome di tutto il popolo brasiliano.
Si muove la diplomazia e viene fuori l’anticomunismo.
Arriva un messaggio al governo americano perché intervenga presso quello peruviano.
“Se vince la Cecoslovacchia (l’altra finalista) sarebbe il trionfo degli eredi di Stalin” e così l’arbitro Yamasaki, peruviano, viene convinto da Manuel Prado y Ugarteche, presidente del Perù, a scrivere nel suo referto che c’è stato uno scambio di persona.
Il ricorso del Brasile viene accettato per cinque voti a due e Garrincha gioca la finale risultando decisivo come in tutte le altre partite di quel mondiale.
Metà angelo e metà demonio (due metà che non si separeranno mai), ovvero Diego Armando Maradona che porta da solo l’Argentina alla vittoria nel 1986.
Talmente grande, talmente immenso che risulta decisivo nel gioco e nei risultati come mai nessuno prima e dopo di lui in un Mondiale.
Il tecnico Bilardo ha solo il merito (ma non è poco) di aver messo tutti gli altri al servizio di Maradona.
Quando c’e’ un simile fenomeno in campo il rischio è quello di ingabbiarlo in schemi tattici che ne limitano la fantasia.
Sesso, droga e rock ‘n roll (anzi tango…) e calcio. Calcio d’autore.
Diego Maradona è imbarazzante anche quando lo vai a ripescare nello sconfinato archivio dedicato a lui. E’ imbarazzante perchè da qualsiasi parte lo afferri ti scappa.
Lui è troppo, è sempre troppo.
Troppo di calcio ed è troppo del resto e la definizione di genio e sregolatezza, che si usa dai tempi di Van Gogh, si adatta perfettamente a questo ribelle che non ha mai accettato il compromesso ed è andato contro tutti, anche contro se stesso.
La sua immensità calcistica è simile a un’innocenza incorruttibile.
Per questo è stato, come Garrincha il più amato e come Pelè il più ammirato
Franco Rossi
Letto 5.211 volte