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20/03/08

QUELLA MITICA “BRISCHETTA” CON PEPPINO MEAZZA

DA MIO LIBRO “PERDA IL MIGLIORE” IL CAPITOLO DEDICATO AL PIU’ GRANDE CALCIATORE ITALIANO DI OGNI EPOCA: PEPPINO MEAZZA.

Di FRANCO ROSSI

“Sono un uomo fortunato, non ho più nemici, l’ultimo che avevo si è ricreduto qualche anno fa, quando è stato capace, ma ci ha messo una vita, di perdonarmi per aver tradito la maglia dell’Inter giocando anche nella Juve e nel Milan”.

E’ una sera dell’aprile del 1976, Gianni Brera mi ha invitato da “Riccione”, il ristorante di via Taramelli a Milano, dove mangiar pesce non è nutrirsi, ma partecipare a un rito. Al momento del caffè, prima di cominciare la solita partita di “brischetta”, arriva anche Peppino Meazza che si mette a tavola tra Ottavio Missoni e lo stesso Brera.

Meazza per me è davvero un mito.

Me ne hanno raccontate tante su di lui che se uno mi guardasse con attenzione, vedrebbe nei miei occhi un qualcosa di simile all’adorazione. Ho imparato ad amare il calcio quando facevo le elementari e su Topolino leggevo le risposte che dava a quelli che gli scrivevano.

Ho tirato i primi calci ad un pallone nel cortile del collegio a Marsciano e sognavo di diventare come lui.

A quattordici anni ho visto in televisione la finale tra Brasile e Svezia ai Mondiali del 1958 e nel momento in cui quelli che mi erano vicini si sono esaltati dicendo che uno come Pelè non si era mai visto, mi sono messo a gridare che non era vero, che Meazza era stato più grande ancora.

L’ho davanti a me per la prima volta e come prima frase gli dico: “Chissà quanti nemici avrà avuto, nemici della sua bravura, della sua popolarità, della sua ricchezza…”

E’ seduto sulla sedia con elegante pigrizia, gli occhi sono dolci e sporgenti e sulle venuzze enoiche sembrano scritte le più belle favole della vita, non soltanto del calcio.

Meazza non gioca a “brischetta”, dice che non ne ha voglia, e mentre Brera prepara i posti attorno al tavolo, approfitto per parlare ancora un po’ con il mio Mito, non soltanto giovanile, ma di sempre.

Mi sfugge la domanda più banale, d’altra parte non è mica un’intervista: scusi, ma com’erano i gol alla Meazza? La voce è un po’ nasale, l’accento è milanese (o almeno credo…).

“E’ difficile spiegarlo, lasciamo perdere…”

Ci rimango un po’ male e penso: glielo avranno chiesto un milione di volte, si sarà stancato di spiegarlo.

Cerco di non perdere il filo della sua attenzione, non mi ricapiterà più di trovarmi a tavola con Meazza.

Potrò anche chiedergli in futuro, mi dico, un’intervista, ma non sarà la stessa cosa.

E Balilla? chiedo. E’ vero che la chiamavano così perchè l’avevano ordinato dall’alto, per veicolare e propagandare il fascismo anche attraverso il calcio?

“E’ una pirlata, vero niente. Ho debuttato nella prima squadra dell’Inter a Como nel 1927, avevo diciassette anni e quando l’allenatore, negli spogliatoi prima della partita disse la formazione, uno dei titolari più anziani, quando sentì il mio nome esclamò: adesso giocano anche i balilla…Quel soprannome mi è rimasto, il fascismo non c’entrava niente”.

Il tavolo è pronto, comincio a giocare a “brischetta” (una briscola in cinque dove c’è la licitazione e si vengono a trovare due giocatori contro tre) e Meazza si mette dietro di me.

Durante il gioco ogni tanto mi giro, come tutti quelli che amano le carte sono superstizioso, mi dà un po’ fastidio se uno me le vede, ma stavolta no, stavolta è la mia vanità ad essere stuzzicata.

A “brischetta” non sono bravo come dice Missoni che mi chiama “Number one” o come dice Brera che mi definisce senza mezzi termini “Maestro”.

So tenere le carte in mano, questo sì, riesco a contare sino a sessantuno (non è poi così difficile) e a mano a mano che il gioco si dipana mi ricordo, delle quaranta che compongono il mazzo, le carte già uscite e quelle che ancora non lo sono.

Un giocatore da sei e mezzo, non di più. Assieme a Gianni Brera ho poi cominciato a scrivere un libro che doveva chiamarsi: “Il gioco più bello del mondo, la brischetta”, interrotto alla trentesima cartella perchè non abbiamo trovato un editore.

Ma torno a quella serata dell’aprile del 1976.

Le partite vanno avanti in maniera regolare sino a quando, con carte perdenti in mano, faccio, come si dice in gergo, un’estrosità.

Con il solo due di briscola in mano, penultimo a giocare nella prima mano, “strozzo”. Cioè calo un asso dello stesso colore della carta iniziale.

E’ una mossa rischiosa, ma se l’ultimo non ha briscole o ne ha una soltanto, può pensare che l’autore di una mossa simile, non è il socio del “chiamante” e lascia la mano.

Una specie di bluff.

Va a buon fine, vinco la partita e mentre chi è caduto in trappola inveisce contro chissà chi, sento toccarmi la spalla.

E’ Peppino Meazza che richiama la mia attenzione e con voce quasi rauca e assonnata di dice: “Prima mi hai chiesto com’erano i miei gol. Erano come la tua giocata di adesso: hai fatto proprio un gol alla Meazza…”

Ancora oggi, a tanti anni di distanza, quando ripenso a quella sera e a quella frase mi viene la pelle d’oca e mi salgono le lacrime agli occhi.

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